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Il Convegno di Pontignano, nato nel 1993, riunisce politici, parlamentari, imprenditori, giornalisti e opinion formers italiani e britannici. Le tematiche trattate riguardano alcune questioni chiave a cui ci troviamo di fronte oggi in Italia e nel Regno Unito. Il Convegno e' presieduto da Chris Patten e dal Prof. Giuliano Amato e si svolge ogni anno nel mese di settembre. E' organizzato dal British Council e dall'Ambasciata britannica di Roma, in collaborazione con l'Ambasciata italiana a Londra,l'Universita' di Siena ed il St Antony's College, Oxford.
Il convegno si svolge seguendo la Chatham House Rule, i delegati, quindi, sono liberi di utilizzare le informazioni in esso ricevute ma non possono attribuirle ad alcun partecipante, né rivelare l’identità o l’affiliazione dei partecipanti al convegno stesso.
Sebbene la struttura del Convegno sia rimasta quella di sempre, dal 2009 la sede dell'incontro è stata spostata a Roma, presso la residenza dell'Ambasciatore Britannico: Villa Wolkonsky. Oltre a consentire un miglior rapporto qualità/prezzo, il cambiamento ha senz'altro stimolato una maggiore partecipazione a livello ministeriale. Per la sua XX edizione, nel 2012, il Convegno tornerà alla Certosa di Pontignano, luogo dove questo prestigioso evento ha visto la luce.
Pontignano XIX 23 - 25 settembre 2011 "Democrazia e malcontento“
Quattro gruppi di lavoro hanno discusso in dettaglio, i seguenti temi:
In che modo la democrazia sta affrontando la crisi del debito? Sia l’Italia che il Regno Unito devono non solo mettere in atto misure di austerità, ma anche cercare strade e opportunità di crescita. Quali sono le politiche e le riforme da intraprendere per rimettere in piedi questi due Paesi, ed anche per renderli più competitivi in un mercato internazionale sempre più feroce? In caso di riforme dolorose, le nostre democrazie saranno abbastanza forti per affrontare le sfide che ci attendono, o andremo incontro a ulteriori nuovi scontri? Le previsioni di sviluppo dell’Europa Occidentale sono minori rispetto a quelle di Asia, Stati Uniti e delle economie emergenti. Se non verranno messe in atto nuove politiche, questa crescita ridotta porterà ad un ulteriore impoverimento delle classi medie e ad una riduzione della mobilità sociale. Ciò finirà per generare una mancanza di fiducia da parte di rilevanti porzioni della società ed una minore inclusione di queste stesse fasce di popolazione, primi fra tutti i giovani. Eppure, qualche speranza c’è. Forse i motori di crescita dell’economia digitale, della sostenibilità e del rinnovamento delle infrastrutture costituiscono un potenziale fattore di svolta. Se così fosse, cosa potrebbero fare i legislatori, i leader economici e le nostre democrazie per spronare questi settori? Quali sono i concetti chiave delle società e comunità che ne hanno favorito la crescita?
Qual è l’impatto dei nuovi mezzi di comunicazione sulla democrazia e sulla partecipazione? Con democrazia digitale non si intende più riferirsi ad un sistema di votazione più efficiente, ma alla nascente forza rivoluzionaria dei social network e dei media digitali nelle mani dei cittadini. Coerente con il motto informale “don’t be evil” (non essere cattivo), Google se n’è andato dalla Cina e ha contribuito attivamente ad aggirare la decisione del Governo Egiziano di bloccare l’accesso ai social media sul territorio nazionale. Facebook viene regolarmente usato per raccogliere sostegno e cogliere di sorpresa la polizia alle manifestazioni. Quanto a Wikileaks, il suo programma va ben oltre la pura e semplice diffusione pubblica di documenti sensibili. Contemporaneamente, i vecchi media, in particolare la televisione, sono considerati da diversi studiosi uno dei fattori dell’indebolimento delle nostre democrazie: essi alimenterebbero, in effetti, emozioni, timori e ostilità che rendono impossibile una riflessione razionale nell’elettorato. Come incide tutto questo sul governo tradizionale e sulla democrazia elettorale? I governi d’Italia e del Regno Unito possono sfruttare il potere dei nuovi media per coinvolgere nuovamente i giovani in maniera credibile, oppure i nuovi media sono semplicemente destinati a diventare, per essi, una spina nel fianco ancora più grande? Quale sarà il destino dei media tradizionali, e in che modo le opinioni espresse da chi li possiede influenzano il dibattito politico?
L’Europa si sta rivelando incapace di soddisfare i bisogni della prossima generazione di Europei? Sia in Italia che nel Regno Unito, alcuni recenti scandali hanno screditato la politica proprio nel momento in cui la necessità di riforme e il bisogno di credere nella politica sono più forti che mai. I nostri giovani sono più qualificati che mai, ma molti di loro hanno di fronte a sé la prospettiva di un salario basso e di un lavoro non gratificante. Lavoreranno più a lungo e a condizioni peggiori della generazione precedente, ma saranno più poveri dei loro genitori. Lavorano per sostenere una popolazione in fase di invecchiamento e per rimborsare i costi del proprio percorso formativo, ma in molti casi non potranno permettersi di acquistare una casa né di avere una pensione. Con la crescita della disoccupazione giovanile, inoltre, i giovani, sia in Italia che nel Regno Unito, saranno sempre più in competizione con i propri pari di Cina ed India nella ricerca di un lavoro. Cosa possiamo fare per tornare ad investire sulla prossima generazione e trovare soluzioni a questi problemi sempre più urgenti? Tutto ciò si può affrontare a livello nazionale o richiede una spinta comune e più incisiva a livello europeo?
Dove vengono prese le decisioni, e da chi? Da un lato, assistiamo a un trasferimento di poteri a livello locale. Nel Regno Unito la devolution ha già prodotto nuove strutture di potere a livello nazionale e regionale, mentre in Italia, che proprio nel 2011 festeggia il centocinquantesimo anniversario della propria nascita come nazione, il Nord sta esercitando una forte pressione per la realizzazione di un’importante riforma federale. Nel Regno Unito abbiamo, anche, assistito all’emergere di nuove politiche volte a coinvolgere maggiormente le comunità e la società civile nel processo decisionale e nella fornitura di servizi tradizionalmente garantiti dallo stato. Dall’altro lato, le strutture di potere dello stato nazionale sembrano inadeguate a fronteggiare tutta una serie di questioni emergenti quali l’immigrazione, il terrorismo internazionale e la crisi dell’euro; se a questo si aggiunge l’emergere delle istituzioni europee, appare chiaro come il ruolo tradizionale dello Stato sia compresso da entrambi i lati. Come si ripercuote tutto questo sull’elettore tradizionale e sui partiti politici nazionali? La decentralizzazione e una maggiore collaborazione tra il settore pubblico e privato possono rappresentare una soluzione praticabile, o non farebbero che inquinare ulteriormente la responsabilità e il processo decisionale? Se la soluzione sta nella Big Society, quanto grande deve essere e quale ruolo resterebbe allo Stato?
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