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Avevo sempre pensato che le testimonianze fossero una cosa squisitamente religiosa, o che le si potesse intendere, magari forzando un po’ il senso del termine, come “deposizioni giudiziarie”, per cui credevo che non mi sarei mai trovato a farne una. Invece, eccomi qui. Prima di tutto, ci tengo a sottolineare che ho deciso di scrivere queste righe spontaneamente, spinto dalla voglia di trasmettere la mia soddisfazione per i corsi da me frequentati, essendo invece trascurabile la minaccia di bocciatura all’esame di fine corso, peraltro così elegantemente mossami dalle mie due prof…

Punto uno: perché ho deciso di studiare l’inglese.

Mi piccavo, nella mia “vita precedente” (intendo prima dell’incontro con l’English), di essere un purista della lingua italiana ed un appassionato di quella francese, e questo mi portava a rifiutare orgogliosamente ogni contatto con la lingua e la cultura anglosassoni. Sdegnavo persino la letteratura anglosassone, sebbene in coscienza della gravità dell’omissione.

Qualcosa cominciò a cambiare nel corso dei miei studi universitari visto che la vocazione universale della mia curiosità (leggi: incoscienza) mi aveva spinto verso studi internazionalistici.

Credevo tuttavia di poter fare a meno di leggere la stampa straniera, di studiare le fonti internazionali di prima mano, di comunicare direttamente con i barbaroi (un vezzo greco per dire stranieri). In pratica, mentre il mio obiettivo era quello di confrontarmi col resto del mondo, col resto degli studenti e studiosi ed individui del mondo (obiettivo che dovrebbe essere di chiunque desideri portare qualcosa di nuovo con la propria opera), non mi curavo degli strumenti essenziali per fare quello per cui faticavo tanto. Ed una lingua non è uno strumento, ma è lo strumento, luogo nel quale la forma diventa sostanza. Due eventi mi convinsero del tutto. Il primo, fu una osservazione fatta  da un accademico ad un altro nel corso di un convegno caratterizzato dalla noia mortale e dallo sforzo delle mie palpebre a restare aperte. Diceva: “Beh, in effetti l’imperatore Augusto e gli studiosi e intellettuali del tempo, quando avevano qualcosa di importante da dire e da fare, parlavano e scrivevano in greco… Oggi, il nostro greco è l’inglese”. Era un capovolgimento della concezione comune (e della mia), per cui l’inglese è la lingua delle commesse di Via del Corso e dei bagnini romagnoli.

L’altro evento fu la presa di coscienza delle infinite sere in cui avevo fatto la figura del classico pesce in serate alquanto invitanti con ospiti stranieri/e nei vari appartamenti che la vita da studente mi portava a frequentare. Ricordo una sera in particolare, quando una ragazza dalle deliziose fattezze tentava in ogni modo di farmi andare oltre il mio nome e la mia nazionalità. Non ci riuscì (avevo talento, come pesce).

All’ultimo anno di università, però, presi in mano la mia vita, e decisi di entrare nel mondo, acquisendone gli strumenti.

Punto due: cosa ho ottenuto

Beh, cari signori, vi dirò solo una cosa: dal livello infimo di inglese da cui partivo (mi iscrissi al I livello, quello per principianti, sia pur in una forma semi-intensiva da 6 ore settimanali in due giorni), ora, nel giro di un anno, credo di poter dire che è morto il pesce che ero in quelle serate di respiro internazionale, che riesco con una certa dimestichezza a leggere giornali in lingua inglese (e non guardando solo le figure!); che ho scritto un breve saggio in inglese sulla mia tesi perché richiesto da un’Università inglese ai fini dell’ammissione ad un Master; che, con ogni probabilità (non ho ancora conferme ufficiali, ma i bookmakers mi danno vincente) sarò, il prossimo anno, in Inghilterra per un anno di studi; che le mie vacanze saranno, quest’anno (2003) tutte in paesi anglofoni (USA e Scozia); che ho conosciuto persone meravigliose che altrimenti non avrei mai conosciuto (scozzesi, statunitensi, australiani e, dulcis in fundo, inglesi).

Di tutti gli studi che ho fatto ( e sono stati tanti!), devo dire che il più piacevole è stato proprio questo dell’inglese. Sarà stato il method di insegnamento, divertente e stimolante, ma comunque volto all’apprendimento. Saranno state le teachers, particolarmente disponibili e premurose, oltre che altamente qualificate (fiuuu…l’esame dovrebbe essere andato…): approfitto per ringraziare e salutare Arwen and Georgina, due pilastri (in senso metaforico, clearly, viste le loro esili e femminili silhouette) del BC . Saranno stati i classmates (per cui non mi prodigo in aggettivi, visto il ritorno pari a zero che ne avrei). Saranno stati i bibliotec… Vabbè, non esageriamo…

Beh, in fondo, divertirsi e nello stesso tempo impossessarsi dello strumento essenziale per il proprio futuro credo che non sia affatto male.

Se comunque vi iscriverete al British Council, vi auguro di non capitare con le mie prof., visto che sono così geloso di loro da poter poi essere costretto a delle ripercussioni su di voi (le mie origini meridionali parlano da sole, a tal proposito).

Devo infine dire, in tutta onestà, che quello nella foto sono si io, ma prima di frequentare il corso (I-II livello). Ora, a furia di ricevere schiaffi dalle inglesi nelle “serate di respiro internazionale”, il mio volto è un po’ differente.

E’ uno degli effetti collaterali dell’imparare l’inglese, sappiatelo, quello di far emergere il lato del “bagnino romagnolo” che per ora riposa in voi.

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